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Comitato antidiscriminazione GLBT
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Si è insediata giovedì 16 dicembre 1999 la "Commissione per la parità dei diritti e delle opportunità per le persone omosessuali". Presentato il rapporto su leggi e omosessualità nel mondo che pubblichiamo in anteprima.

Giovedì 16 dicembre a Roma, presso il Ministero per le Pari Opportunità si è insediata la "Commissione per la parità dei diritti e delle opportunità delle persone omosessuali". Presieduta da Franco Grillini, la Commissione è composta da 7 persone: Marco Barbieri segretario, Maria Grazia Giammarinaro magistrato, Maria Rosaria Marella giurista, Ezio Menzione giurista, Marco Volante avvocato, Renato Pescara giurista. Presente il Ministro Laura Balbo e il capo di gabinetto del Ministero Corrado Carrubba, la Commissione ha esaminato il rapporto sulla legislazione sull'omosessualità nel mondo redatto dal Presidente Grillini e il programma di lavoro per i prossimi mesi. Tra le altre iniziative della Commissione, che ha un compito di consulenza e ricerca per il lavoro del Ministro Balbo, ci sono alcune attività immediate come l'esame delle norme discriminatorie, l'intervento sulla legislazione antidiscriminatoria, lo studio della
normativa sulle coppie gay e lesbiche. La Commissione ha una composizione prevalentemente giuridica proprio per favorire il massimo impegno sul terreno delle leggi e dei diritti. Il prossimo appuntamento è previsto per il 12 gennaio in occasione del convegno sulle discriminazioni organizzato da Verdi alla sala del cenacolo a Roma (vedi articolo nella rubrica “appuntamenti”).

“La legislazione relativa all’omosessualità nel mondo”.
di Franco Grillini

Roma, martedì 5 ottobre 1999

Il rapporto affronta le principali aree dell’assetto normativo che concerne gli omosessuali e muove da una ripartizione in grandi aree geografiche coincidenti grosso modo con la ripartizione tradizionale per continenti.
Il rapporto attinge a svariate fonti. Prevale il riferimento a documenti, relazioni e interventi di associazioni e gruppi omosessuali, anche se non mancano i richiami ad una letteratura specialistica.
L’esame è inquadrato all’interno di un agile schema, composto da vari capitoli, dedicati a temi che vanno dalla liceità della condotta omosessuale alla difesa del lavoratore omosessuale, dal riconoscimento delle unioni civili per coppie dello stesso sesso alle discriminazioni nell’esercito verso gli omosessuali.
Il rapporto cerca di far precedere le singole analisi da un quadro di riferimento storico, che, pur senza approfondire troppo le ragioni di carattere politico, sociale, religioso o più genericamente culturale, che hanno indotto specifiche scelte legislative, possa indicare l’indirizzo, la linea di tendenza sul lungo periodo.
Il rapporto si presenta come una fotografia dell’assetto normativo in materia dei diritti degli omosessuali nel mondo, che ci auguriamo risulti utile sia allo studioso sia al politico e/o legislatore che si proponga di affrontare concretamente il problema.
A questo proposito il documento offre innanzitutto lo spunto per riflettere sullo stretto rapporto fra contesto istituzionale e condizione giuridica degli omosessuali. L’esame in particolare degli Stati asiatici ed africani consente di riconoscere, pur con importanti eccezioni, uno stretto collegamento fra il carattere autoritario di un regime e la repressione che si esercita anche nei confronti degli omosessuali; laddove, al contrario, le democrazie, si caratterizzano per un atteggiamento di crescente rispetto verso i cittadini di diverso “orientamento omosessuale” (anche se va rilevato che non sempre alla democraticità formale delle istituzioni corrisponde una piena maturazione democratica della società, come dimostra il caso dell’India). Appare inoltre chiaro che, all’interno di quadro istituzionale illiberale, anche in presenza di una legislazione non ostile, maggiori sono i rischi per gli omosessuali, giacché restano, come tutte le minoranze, soggetti agli arbitrii di un potere fuori dal controllo di istituzioni democratiche e dell’opinione pubblica. Sempre con riferimento ai paesi a regime dittatoriale o a democrazia incompiuta, diventa interessante cogliere alcune differenze fra i diversi paesi, a partire dai diversi dati culturali. Appare, per esempio, evidente, che nei paesi di religione musulmana si assiste ad una recrudescenza della repressione nei confronti dell’omosessualità laddove è più spinta l’integrazione o la sovrapposizione delle leggi dello Stato con le tradizionali norme coraniche. Non sorprende per esempio che Stati come l’Iraq o la Giordania, che in passato sono Stati avamposti nel processo di laicizzazione delle istituzioni, siano fra i pochi Stati arabi nei quali l’omosessualità sia ancora legale. Si deve aggiungere che l’assenza di ogni riferimento a reati connessi con l’omosessualità, lungi dal tollerarla o favorirla, così come invece accade negli Stati indirizzati verso la democrazia, consente spesso alla polizia, o alle autorità militari destinate al mantenimento dell’ordine pubblico, di reprimerla ugualmente, trovando appiglio in altri reati, collegati di solito ad una definizione vaga di “comune senso del pudore” o di “comportamento indecente”.
Se quindi nella gran parte dei paesi che non conoscono la democrazia, il problema più urgente, resta in fondo la liceità giuridica della condotta omosessuale, diverso è il caso degli Stati che hanno un quadro istituzionale, pur tra contraddizioni e limiti, di tipo democratico-liberale. Ovviamente le varianti sono quasi infinite, ed è difficile confrontare alcune fragili democrazie del Sud America con la realtà della Svizzera o della Francia. Tuttavia proprio il caso del Sud America, pur in presenza di un forte radicamento della religione cattolica, offre le sorprese più positive.
Nei paesi di consolidata democrazia, le battaglie condotte per i diritti degli omosessuali sembrano innanzitutto concentrarsi con successo sul problema dell’età del consenso prevista per la liceità dei rapporti omosessuali, che i codici tendono ora ad uniformare all’età richiesta per un rapporto eterosessuale, superando così una discriminazione fra le più resistenti. Detto ciò, la nuova frontiera, resta quella del riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, il passaggio cioè dalla sola rivendicazione dei diritti per l’individuo omosessuale, alla rivendicazione per la coppia omosessuale della libertà di prescegliere l’assetto da attribuire ai propri rapporti giuridici e patrimoniali. Rivendicazione che non sembra aver un fine antidiscriminatorio di carattere esclusivamente morale e astratto, giacché il riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso consentirebbe in concreto ai cittadini omosessuali di accedere ad alcuni importanti benefici (diritti) previsti dal Welfare State. Sulla via che porta al riconoscimento delle unioni civili, restano da conseguire o consolidare obiettivi intermedi di primaria importanza: dalla tutela dei diritti dei lavoratori omosessuali alla realizzazione di una concreta normativa antidiscriminatoria. Né sono da sottovalutare le discriminazioni ancora presenti nelle istituzioni militari o i persistenti maltrattamenti delle forze dell’ordine nei confronti dei cittadini omosessuali.
Il rapporto affronta, infine, anche l’assetto normativo che interessa i transgender e i transessuali nel mondo.



Europa
Lo status legale dell’omosessualità in Europa presenta elementi di fortissima varietà, e insieme una tendenza, ancorché debole, verso una più accentuata omogeneizzazione. Fenomeno, quest’ultimo, legato ai processi di integrazione economica e politica appena avviati o in fase di lento compimento. Si pensi, per esempio, ai molti paesi europei, nati dalla dissoluzione dell’ex Unione Sovietica o della ex Jugoslavia. Paesi alla ricerca di una nuova collocazione diplomatica o geo-politica, preoccupati in particolare di non restare esclusi da un organismo come Il Consiglio d’Europa. Per questi paesi l’avvenuta approvazione di nuove norme non più persecutorie o discriminatorie nei confronti dell’omosessualità è in realtà in larga parte il frutto delle pressione di organismi sovranazionali, come il Consiglio d’Europa (si pensi al veto olandese all’adesione della Romania proprio per la sua legislazione antigay), più che di una maturazione della classe dirigente nazionale a proposito dei diritti degli omosessuali.
Occorre infatti ammettere l’esistenza di un forte divario, presente ancora in larga parte dei paesi europei, fra la percezione dell‘omosessualità, e di conseguenza dei diritti degli omosessuali, da parte della società e le norme che regolano i comportamenti omosessuali. Se infatti l’omosessualità, o più precisamente i rapporti “sodomitici” fra uomini, restano illegali in diversi paesi europei, e precisamente in Azerbaigian, Armenia, Georgia, Romania, S. Marino e Macedonia (per quest’ultimo Stato la situazione è incerta), sono ancora numerosi gli Stati nei quali gli omosessuali devono affrontare la violenza di magistratura e polizia e insieme una aggressiva censura della società. Sono, in altre, parole ancora molti i paesi nei quali la fine di una legislazione persecutoria nei confronti dell’omosessualità e degli omosessuali è lontana dall’averne modificato in concreto le condizioni di vita.
I casi più preoccupanti e dolorosi interessano proprio alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica, dell’ex Patto di Varsavia e della ex Jugoslavia. Colpiscono, però, anche le situazioni di Cipro e della Turchia.
Le motivazioni culturali e sociali di comportamenti discriminatori nei confronti di gay e lesbiche sono spesso molto diverse. Nei casi, per esempio, di Slovacchia e Croazia, gli attivisti si sono trovati d’accordo nel ritenere che l’ostilità verso gli omosessuali si dovesse a due ragioni diverse e convergenti: da una parte l’abitudine ad una rigida codificazione dei comportamenti, frutto velenoso dei precedenti regimi totalitari, dall’altra la censura da parte della Chiesa cattolica e della sue gerarchie. Emerge, quindi, la difficoltà innanzitutto culturale di interiorizzare con pienezza i valori della democrazia, e fra questi ovviamente il rispetto dei diversi stili di vita; e nello stesso tempo si impone la realtà di una Chiesa cattolica che, dopo essere stata un elemento di contraddizione e di libertà rispetto al quadro politico precedente, sembra ora irrigidirsi sulla posizione di uno stretto trasferimento dell’etica cattolica nella legislazione.
Non andrebbe inoltre trascurato che per questi paesi è spesso del tutto imprudente parlare di democrazie compiute. Il che vale per alcuni paesi dell’ex blocco sovietico ma anche per Cipro e Turchia.
Vi sono poi paesi dove il passaggio ad un nuova forma di Stato non è affatto venuta a coincidere con un ricambio della classe dirigente, sicché per esempio gli alti ufficiali dell’esercito, ma la stessa polizia, perpetuano, quasi per inerzia, comportamenti coerenti con la legislazione passata.
Se quindi possiamo registrare la fine sostanziale del divieto per legge dell’omosessualità e quindi un elemento di sostanziale unità fra tutti i paesi europei; non possiamo però trascurare il dissolversi di questa unità e l’esistenza di elementi fortemente discriminatori nei confronti dei gay quando si passi ad un esame più dettagliato delle diverse legislazioni.
Fra i principali elementi discriminatori verso gli omosessuali presenti nei codici penali spicca l’età del consenso (o età minima legale) diversa per eterosessuali e omosessuali (più elevata per quest’ultimi), discriminazione spesso fondata su una più generale discriminazione di sesso. E’ infatti diffusa la soluzione per la quale l’età minima legale più elevata è riferita non a tutti i rapporti omosessuali, ma in particolare ai rapporti “sodomitici” fra uomini. E’ questo il caso dell’Estonia, della Bielorussia, dell’Albania, della Croazia, e dell’Irlanda. La tendenza più generale sembra tuttavia essere quella verso una progressiva equiparazione dell’età minima legale non fra i paesi, bensì all’interno di ciascuno Stato, fra rapporti omosessuali (maschili e femminili) e rapporti eterosessuali. Per quanto riguarda ancora le norme discriminatorie collegate ai reati di natura sessuale colpisce il principio per il quale le pene sono aggravate per coloro che hanno rapporti sessuali con minori se tali rapporti sono di natura omosessuale.
In alcuni ordinamenti sono inoltre previste norme che puniscono l’offesa al “comune senso del pudore” o alla decenza pubblica”, norme che sanzionano in pratica solo comportamenti omosessuali, mentre gli omologhi eterosessuali (per esempio il bacio in luogo pubblico) non configurano un reato.
Sono inoltre numerosi i casi, nei quali le espressioni cui abbiamo fatto riferimento (“pubblico scandalo” ecc..), consentono in realtà di punire l’omosessualità. Il caso più drammatico resta quello della Romania. Sebbene l’interdizione dell’omosessualità sia stata abrogata di recente, si è introdotto nel codice una norma che punisce “il pubblico scandalo” in riferimento all’omosessualità: espressione entro la quale rientra anche il divieto di atti sessuali omosessuali di cui sia giunta notizia a più persone.
La Romania, il Liechtenstein e S. Marino sono i paesi europei nei quali è vietato per legge il diritto degli omosessuali di associarsi e, con l’Inghilterra, quelli in cui è proibito per legge “promuovere” l’omosessualità (l’Inghilterra è tuttavia un caso del tutto peculiare. L’esistenza della norma in realtà non impedisce una libertà d’espressione quasi integrale). In Russia la situazione è invece confusa, sicché la libertà d’associazione e talvolta anche di espressione è spesso soggetta all’intervento discrezionale delle forze dell’ordine, o della magistratura preposta alla registrazione ufficiale delle libere associazioni. In Ucraina si è avuta la prima “registrazione” ufficiale di una associazione gay solo ai primi di dicembre del 1999.
Nei paesi europei dell’area occidentale non esistono significativi limiti alla libertà di espressione. La sola eccezione interessa il materiale pornografico. Alcuni ordinamenti, ma più spesso le abitudini consolidate delle forze dell’ordine, creano seri problemi alla sua diffusione (come in Austria, dove si ripetono sequestri periodici).
Uno delle questioni più urgenti per gli omosessuali europei (come pure per transessuali e transgender) riguarda l’introduzione di norme antidiscriminatorie, ossia norme che tutelino i cittadini da qualsiasi discriminazione motivata dal loro orientamento sessuale. Normativa questa particolarmente importante per il suo risvolto simbolico, ma anche per i suoi possibili riflessi concreti. L’area principale di riferimento è senza dubbio quella scandinava. La Danimarca, la Svezia, la Norvegia sono stati fra i primi paesi ad aver introdotto nei propri codici penali norme che proibiscono ogni discriminazione motivata dall’orientamento sessuale. Il riferimento all’orientamento sessuale non è sempre esplicito, spesso la dizione è più generica, tale però da includervi anche la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. Ai paesi scandinavi si debbono aggiungere alcuni fra i principali Stati dell’Europa occidentale, fra i quali le sole Olanda, Svizzera e Finlandia prevedono articoli antidiscriminatori nelle Costituzioni, mentre sia la Francia che la Spagna prevedono norme penali antidiscriminatorie di rango ordinario.
Non è affatto casuale che in molti di questi paesi esista o sia in via di approvazione una legislazione che riconosce le coppie formate da individui dello stesso sesso (da ultima la Francia con l’introduzione del Pacs, Patto civile di Solidarietà). L’obbligo di non discriminare gli omosessuali spesso ha condotto successivamente all’approvazione di norme che equiparano non solo i cittadini di orientamento sessuale diverso a tutti gli altri cittadini, ma anche coppie formate da individui dello stesso sesso alle coppie eterosessuali. Sono di nuovo i paesi scandinavi a svolgere la funzione di traino. In questa area la soluzione giuridica ritenuta più appropriata, almeno fino ad oggi, ancorché l’Olanda appaia disponibile ad un’accelerazione che porterebbe addirittura al riconoscimento del matrimonio gay (adozioni comprese) per il 2000, è quella della cosiddetta “partnership” registrata, ossia la registrazione di una condizione di convivenza stabile (il periodo di tempo è variamente stabilito) fra due persone anche dello stesso sesso, cui vengono associati gli obblighi e i diritti previsti dall’istituzione matrimoniale fra individui di sesso diverso con la sola eccezione del diritto all’adozione (tranne l’Olanda). I doveri sono quelli tradizionali della reciproca assistenza; i diritti sono quelli previdenziali e assistenziali previsti per i coniugi di un matrimonio eterosessuale.
Le coppie gay sono riconosciute anche in Olanda e Ungheria. In Spagna la partnership è riconosciuta solo dalla Catalogna e Aragona, regioni caratterizzate da una fortissima autonomia legislativa e solo in alcuni ambiti. Sempre in Spagna, ma in questo caso a livello nazionale, così come in Inghilterra e in Francia, non ci sono veri e propri riconoscimenti delle unioni fra persone dello stesso sesso, tuttavia per i contratti di locazione, o per i benefici assicurativi, vi è esplicito o implicito il riconoscimento di coppie di fatto fra persone dello stesso sesso.
Il non riconoscimento delle coppie di fatto fra omosessuali preclude la possibilità alle coppie omosessuali di adottare figli. In numerosi paesi è tuttavia prevista la possibilità di adozione da parte dei single. Ed è spesso questa la via attraverso la quale gay e lesbiche riescono ad ottenere l’adozione di un bambino. In Spagna, per esempio, chi deve decidere circa l’idoneità del possibile padre o della possibile madre non può porre ai candidati domande specifiche sul loro orientamento sessuale.
Anche per quanto riguarda il tema del “parenting”, le discriminazioni nei confronti di genitori naturali o acquisiti omosessuali sono ancora la regola. Nello specifico, se una coppia si separa, e uno dei due coniugi è un omosessuale dichiarato, è molto improbabile che quest’ultimo possa ottenere l’affidamento del bambino, anche se ciò non accade più in alcuni paesi dell’Europa settentrionale. Tuttavia, anche nei casi in cui il bambino sia affidato al genitore omosessuale, qualora lo stesso genitore conviva con un compagno o una compagna, tranne in un numero ridotto di ordinamenti, e sempre nell’area scandinava, il nuovo compagno o la nuova compagna non hanno alcuna possibilità di ottenere il coaffidamento. Il che dà luogo ad una vera e propria discriminazione sia nei confronti del genitore acquisito che del bambino (problema dell’eredità, per esempio).

Si è in precedenza fatto riferimento alla diffusa ostilità in molte aree del continente europeo nei confronti degli omosessuali. Dato che emerge dall’elevato numero di violenze e aggressioni ai danni degli omosessuali. Occorre tuttavia distinguere: da una parte, i paesi dell’Europa orientale, e di alcuni paesi dell’area mediterranea, dove la violenza è soprattutto delle forze dell’ordine, con il sostegno complice dell’opinione pubblica. Dall’altra i paesi occidentali, dove l’ostilità nei confronti degli omosessuali non è più un dato diffuso, e proviene soprattutto da frange estreme della società, aggressive ma circoscritte ad ambienti emarginati o culturalmente svantaggiati.
Per quanto riguarda i transessuali, sono solo i tre paesi che non riconoscono la ridefinizione di sesso, e cioè l’Irlanda, Andorra e l’Albania.
Un enorme passo avanti per la situazione degli omosessuali nei paesi membri dell’Unione europea potrà venire dall’applicazione dell’art.13 del Trattato di Amsterdam, che detta la procedura per l’adozione di una normativa antidiscriminatoria, senza distinguere fra l’ambito tradizionale di tale normativa (sesso, razza, religione, opinioni politiche, lingua, ecc.) e quello relativo all’orientamento sessuale. Altrettanto rilevante, come già accennato, il ruolo del Consiglio d’Europa, che potrà risultare anche maggiore di quello attuale, alla luce delle prospettate ipotesi di aggiornamento della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la cui applicazione è garantita dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo.

Asia
Lo status legale della condotta omosessuale nel continente asiatico spesso fotografa le tradizionali differenze di civiltà e di cultura fra i diversi Stati, cui si vengono a sovrapporre ed aggiungere le differenze consolidatesi con i più recenti sviluppi storico-politici o con gli altrettanto recenti fenomeni di industrializzazione accelerata. Sommariamente possiamo parlare di subcontinente indiano, caratterizzato da una sostanziale uniformità dei codici, spesso identici a quello indiano. Sono i casi del Nepal e del Buthan. Vi è poi il sud est asiatico, sia nella sua area non musulmana, dalla Cambogia alla Tailandia, sia in quella di religione prevalentemente musulmana, Malesia e Indonesia. Un discorso a parte merita la Cina e infine i paesi di forte industrializzazione, dal Giappone a Taiwan.
Nell’area del subcontinente indiano l’omosessualità è reato. La situazione sembra però destinata ad avere sviluppi incoraggianti, seppur tra molte e pericolose contraddizioni. Si può innanzitutto riscontrare un concreto ammorbidimento delle pene. Per un reato collegato alla pratica omosessuale i tribunali non comminano le pene previste dall’ordinamento, assai pesanti, ma tendono ad attenuarle. Nascono e sono sempre più visibili gruppi e associazioni omosessuali, che conducono una coraggiosa battaglia politica: un’associazione lesbica indiana ha per esempio pubblicamente chiesto il riconoscimento delle coppie omosessuali. Nel paese si dibatte sui problemi collegati all’omosessualità grazie anche a contributi isolati, ma sempre più numerosi, di registi e scrittori.
A fronte di questi segnali positivi si registra l’inquietante crescita di movimenti religiosi e nazionalisti fortemente omofobici, che premono non solo per un irrigidimento delle pene nei confronti degli omosessuali, ma anche e soprattutto per una forte riduzione della loro libertà. Esemplare il caso del film Fire, di argomento lesbico, osteggiato da una violentissima campagna dei gruppi nazionalisti più intransigenti.
Peculiare è la situazione della penisola indocinese, dove è culturalmente radicata una forte tolleranza sessuale. Cambogia, Tailandia, Vietnam sono paesi nei quali l’omosessualità non è nemmeno menzionata nel codice penale. I comportamenti omosessuali inoltre non sono censurati dalla collettività, purché non interferiscano con il dovere di ciascuno di dare vita ad una famiglia e di avere dei figli.
Più complessa, invece, la situazione nei paesi di religione musulmana, siano la Malesia, il Pakistan, l’Iran o l’Afghanistan.
Nell’Afganistan, in particolare la condizione degli omosessuali è drammatica. La conquista del potere da parte degli integralisti islamici Talibani e l’adozione delle norme coraniche, ha avuto come conseguenza l’introduzione della pena di morte per i reati collegati all’omosessualità (che viene eseguita negli stadi con atroci modalità).
In Pakistan sono in realtà pochi i casi di condanne per reati di omosessualità. La presenza però di norme che puniscono l’omosessualità consente alle forze dell’ordine di ricattare gli omosessuali, sottoponendoli ai più odiosi arbitrii.
Anche in Malesia sono relativamente poche le condanne per reati collegati all’omosessualità tuttavia il ruolo crescente del fondamentalismo islamico non lascia ben sperare, come dimostra anche l’arresto dell’ex primo ministro con l’accusa di sodomia, o ancora la costituzione di gruppi di vigilantes incaricati di denunciare coloro che abbiano comportamenti antiislamici e fra questi gli omosessuali.
Diverso è il caso delle Filippine, di religione prevalentemente cattolica, e con un regime politico di tipo democratico. Le Filippine conoscono un’intensa attività del movimento gay, con la costituzione di gruppi e l’organizzazione di manifestazioni pubbliche, come la marcia per il gay pride. Nel codice penale filippino non esistono norme discriminatorie nei confronti degli omosessuali.
Sul piano strettamente legale la Cina dovrebbe ammettere la liceità dell’omosessualità, anche se la natura autoritaria del suo quadro istituzionale, l’assenza di certezza del diritto, fa sì che anche gli omosessuali siano spesso soggetti all’altalenante giudizio che le autorità di Pechino danno del fenomeno. Non è perciò infrequente assistere a inopinate aperture, seguite da repentini irrigidimenti. Sono infine ancora numerose le azioni illegali di repressione della polizia nei confronti degli omosessuali.
Nell’esame dei paesi asiatici, caratterizzati da una società capitalistica in consolidato o costante espansione, il quadro generale è ancora una volta vario. In Giappone, nonostante l’aperta ostilità di settori importanti della classe dirigente, la società sta maturando una sempre maggiore consapevolezza rispetto ai diritti degli omosessuali. Aiutata in questo, soprattutto dalla magistratura, che con alcune sentenze esemplari ha spesso contraddetto decisioni discriminatorie di autorità politiche locali o nazionali. Anche la libertà di associazione è ormai una realtà assodata del paese, e sono numerosi i gruppi gay e lesbici che promuovono iniziative culturali e politiche. Il Giappone è inoltre uno dei pochi paesi asiatici con un’identica età minima del consenso per rapporti eterosessuali e omosessuali. Più difficile invece la situazione per i gay sudcoreani, spesso osteggiati dalle autorità politiche che considerano l’omosessualità come fattore disgregante della nazione. Sicché, pur essendo lecita sul piano del diritto, la condotta omosessuale è ancora soggetta a gravissime discriminazioni.


Africa
Si deve innanzitutto sottolineare che spesso le notizie sullo status legale dell’omosessualità nel continente africano sono del tutto incerte. Accade, per esempio, che in più di una circostanza ci sia contraddizione fra i risultati dell’esame del codice penale di un singolo paese e le dichiarazioni delle autorità politiche di quel paese medesimo. Spesso non è l’ostilità nei confronti degli omosessuali quanto la negazione stessa della loro esistenza a impedire di raccogliere maggiori informazioni.
Anche per l’Africa non si può impostare un esame generale e unitario, anche se un dato prevalente è il carattere illegale dei rapporti omosessuali pur fra adulti consenzienti. Tuttavia il divieto ha una formulazione, un’applicazione, e motivazioni diverse secondo le aree, geografiche, storiche, culturali e politiche.
La prima area che prenderemo in esame è quella del Nord Africa, formata da paesi di popolazione prevalentemente araba e di religione prevalentemente musulmana. E’ questa una regione dove l’onda montante dell’integralismo islamico ha eroso o sta erodendo le fondamenta laiche dei nuovi Stati nati dai processi di decolonizzazione, come dimostra il caso della Libia (caso di introduzione delle leggi coraniche dall’alto) dove un codice penale tollerante verso i rapporti omosessuali fra adulti consenzienti, fondato sul codice napoleonico e poi su quello italiano, è stato emendato in senso fortemente repressivo negli anni settanta. Gli atti omosessuali sono esplicitamente proibiti, siano essi commessi da uomini o donne. Le pene previste si attestano spesso fra i 2 e i 5 anni.
Il solo paese dell’area nel quale l’omosessualità sia legale è l’Egitto, non a caso uno fra i pochi paesi arabi avviato verso la democrazia. Tuttavia anche in Egitto la liceità degli atti omosessuali non impedisce forme di discriminazione. Non esiste alcun dibattito pubblico sul problema, e anzi il rafforzarsi dell’integralismo islamico induce le autorità politiche egiziane a non affrontare il problema per non urtare le autorità religiose e quindi rompere equilibri delicati per la stabilità stessa dello Stato. La questione è stata toccata in parte solo dalle élite studentesche, nel quadro più generale del problema della censura e della libertà di espressione.
Nel contesto della cosiddetta Africa nera emergono con chiarezza due grandi aree, la prima che riunisce i paesi di lunga colonizzazione francese (Africa nera centro-occidentale) e la seconda che riunisce gli stati di colonizzazione inglese. Nei paesi francofoni i comportamenti omosessuali sono in genere legali: Repubblica centroafricana, Ciad, Gabon Costa d’Avorio. Dove però la religione prevalente è la religione musulmana (per es. Senegal, Mali) l’omosessualità è illegale, e come accade nei paesi nordafricani il divieto di rapporti omosessuali è indicato esplicitamente nel codice penale e riguarda sia gli atti omosessuali maschili che femminili. Le notizie non sono molte, ma sembra legittimo ritenere che nei paesi francofoni di religione musulmana sia inoltre molto più accentuata l’ostilità da parte della società nei confronti degli omosessuali.
Nell’area dei paesi anglofoni, tranne una sola eccezione, seppure straordinaria, l’omosessualità è illegale. I codici, caratterizzati da fortissime analogie, in realtà vietano i rapporti omosessuali maschili, mentre dell’omosessualità femminile spesso non si fa nemmeno menzione. I rapporti omosessuali maschili sono considerati reato in quanto “conoscenza carnale contro l’ordine della natura” o perché “atti bestiali” che offendono “la moralità pubblica”.
E’ interessante però notare che proprio nei paesi anglofoni, in un quadro innanzitutto giuridico-istituzionale non solo difficile ma addirittura pericoloso, si sta sviluppando un dibattito pubblico sui temi collegati alle libertà e ai diritti degli omosessuali promosso da attivisti gay africani. Dibattito pubblico che vede tra l’altro un inquietante dato comune: la virulenza verbale di uomini politici di primissimo piano. Basti i citare i casi del Kenya, dello Zimbabwe, dello Zambia, della Namibia, dove le massime autorità politiche, evocando la difesa dei valori nazionali o una stereotipata definizione dei sessi, aggrediscono e minacciano le organizzazioni omosessuali che faticosamente conducono in particolare attività di informazione e volontariato sul problema dell’Aids. E’ perciò in atto un vero e proprio braccio di ferro che ha perlomeno il merito di attirare l’attenzione dei media internazionali sulla condizione degli omosessuali africani.
Potrebbe avere un ruolo centrale nello sviluppo dei temi omosessuali il Sud Africa, anche per il suo notevole peso politico ed economico. La repubblica sudafricana ha non solo abrogato tutte le norme che proibivano i rapporti omosessuali ma ha addirittura introdotto un articolo nella propria Costituzione che vieta ogni discriminazione motivata dall’orientamento sessuale. Di più, all’interno dell’ANC (African National Congress), partito al governo del paese, sembrano addirittura maggioritarie le posizione di chi vorrebbe introdurre il riconoscimento delle unioni formate da individui dello stesso sesso, con i doveri e diritti connessi, dall’adozione all’inseminazione artificiale. Intanto, la commissione che è incaricata di valutare i problemi dell’immigrazione ha invitato a riconoscere le coppie di fatto costituite da persone dello stesso sesso, mentre la Corte Suprema sudafricana ha emesso una sentenza che riconosce il diritto di cittadinanza ai partner stranieri dello stesso sesso.

Medio Oriente

La condizione legale degli omosessuali in Medio Oriente non è che il riflesso del forte deficit di democrazia e insieme del carattere confessionale di molti Stati in questa area.
Paesi che appartengono a campi diplomatici ormai opposti, come l’Arabia Saudita e l’Iran, si ritrovano uniti nella proibizione assoluta dei comportamenti omosessuali, reato assimilato a “peccato davanti a Dio”, nel consueto sovrapporsi di norme giuridiche con considerazioni di carattere religioso. Il divieto, come in gran parte dei paesi musulmani, riguarda sia i rapporti omosessuali maschili che femminili, ed è previsto esplicitamente dal codice penale.
Particolarmente drammatico per quanto riguarda l’Iran è però il problema della pena. Gli omosessuali uomini e donne (sebbene la donna debba essere recidiva) possono infatti essere condannati alla pena capitale. Eventualità tutt’altro che remota, dal momento che rapporti di Amnesty International confermano come nei primi anni novanta siano state eseguite numerose condanne a morte nei confronti di gay e lesbiche.
I soli paesi dove l’omosessualità non è punita per legge sono la Giordania e l’Iraq, paesi peraltro dove i processi di laicizzazione dello Stato hanno resistito o stanno resistendo all’urto dell’integralismo islamico. Anche per questi Stati l’omosessualità resta però un vero e proprio tabù, e non esiste alcun dibattito pubblico che ammetta anche solo l’esistenza di individui omosessuali.
Resta infine da considerare Israele, non a caso il solo paese dell’area con una solida democrazia di stampo occidentale. Dopo una ventennale storia di sola tolleranza nei confronti dell’omosessualità, Israele sembra ora deciso ad affrontare il tema dei diritti degli omosessuali e delle coppie formate da individui dello stesso sesso, come dimostra la presenza nel parlamento israeliano di una sottocommissione incaricata di esaminare i problemi di gay, lesbiche, transessuali e transgender . Fra i primi paesi ad affrontare la discriminazione nei confronti degli omosessuali nelle forze armate, Israele sta progressivamente rimuovendo, anche grazie all’azione illuminata della Corte Costituzionale, tutti gli ostacoli sulla via di un riconoscimento pieno dei diritti delle coppie formate da individui dello stesso sesso. Non esiste, in altre parole, una legge sulle unioni fra individui dello stesso sesso, tuttavia in diverse aree, previdenziale o sanitaria, si tende a riconoscere ai partner di una coppia omosessuale gli stessi diritti e benefici previsti per una coppia eterosessuale di fatto.
Ovviamente anche il tema dei diritti omosessuali è materia di aspri conflitti fra l’anima laica e quella integralistico-religiosa di Israele.

Nord America
Nell’ambito del nord America gli USA rappresentano sicuramente il paese più interessante sia per la storia del movimento gay dal dopoguerra in poi, sia per la legislazione che ne è seguita sulla base delle pressioni degli stessi gruppi gay. Anche gli USA sono uno Stato federale che assegna ai singoli Stati la possibilità di legiferare nelle materie riguardanti il diritto di famiglia, il costume, la legislazione matrimoniale, la normativa antidiscriminatoria. Recentemente il Governatore della California Gray Davis “has signed a landmark package of new laws extending protections for gays and lesbians in schools, the workplace and their own homes” (Reuters, 3 ottobre ‘99). I gruppi contrari hanno subito minacciato di ricorrere ai tribunali contro questa iniziativa che invece, ovviamente, ha incontrato il favore e l’approvazione dei gruppi gay in quanto questi provvedimenti possono essere un buon precedente per estendere una legislazione analoga su tutto il territorio nazionale (“Gay rights groups hailed Davis' move as setting an important new national precedent for gay rights protections”, Reuters, 3 ottobre ’99). Questo tipo di normativa è in parte già in vigore anche in altri Stati: Wisconsin, Massachusetts e Connecticut.
In molti Stati però sussiste tuttora la legislazione “antisodomia” retaggio dell’America puritana e precedente l’indipendenza. Sono 22 su 50 gli Stati USA che vietano i rapporti “sodomitici” anche tra adulti consenzienti, anche se eterosessuali regolarmente coniugati. Si distinguono per il rigore repressivo alcuni Stati come lo Utah che è caratterizzato dalla forte egemonia della setta religiosa dei mormoni, particolarmente omofobica e sessuofobica (nonostante la presenza al suo interno di un piccolo ma agguerrito movimento gay). Proprio l’estrema difficoltà di una vita alla luce del sole come omosessuali per i gay americani che hanno la sventura di nascere nel posto sbagliato, nello Stato sbagliato, o nel profondo sud del paese o nelle sterminate campagne dove, talvolta, sopravvive e prospera il razzismo neonazista degli incappucciati del Ku Klux Klan, ha portato al fenomeno della migrazione interna di milioni di gay e lesbiche, che si sono concentrati in alcune città e in alcune località rifugio dove la comunità ha finito per acquisire un grandissimo peso sia in termini propriamente quantitativi, sia in termini di potere economico e di influenza politica. Si calcola che “l’omomercato” negli USA sia valutabile nell’ordine dei 500 miliardi di dollari all’anno. Mentre anche in termini elettorali il peso del voto gay e lesbico è ragguardevole. Nell’elezione di Bill Clinton nel 1992 ben l’80% dei gay e delle lesbiche americani hanno votato per il Presidente democratico, favorendone in modo decisivo la vittoria sullo sfidante repubblicano (i repubblicani hanno posizioni prevalentemente omofobiche, soprattutto da quando la “destra religiosa” ha assunto un peso rilevante all’interno del partito nel corso degli ultimi anni: e ciò nonostante la presenza fra le fila stesse dei repubblicani di una piccola ma combattiva lobby gay).
Nelle città dove si è concentrata la presenza gay (S. Francisco, New York, Los Angeles, Key West, Seattle, ecc.) la capacità di pressione dei gruppi gay è tale che persino la destra repubblicana in quelle località usa toni concilianti verso gay e lesbiche. Recentemente lo stesso Bill Clinton è intervenuto ad un incontro con 1000 rappresentanti della comunità omosessuale di Los Angeles in California affermando con enfasi che “L’America ha bisogno di voi. Credo all'avvenire dell'America e voi ne fate parte''. Probabilmente il Presidente USA vuole farsi perdonare dalla comunità gay lesbica americana una certa delusione per le promesse che non ha potuto mantenere in materia legislativa e di riforme gay friendly. In primo luogo per quanto riguarda la non discriminazione degli omosessuali nelle forze armate, prima promessa e poi, sotto il peso delle pressioni dei militari, per lo più fieramente contrari a qualsiasi apertura verso la presenza gay nell’esercito, ritirata con l’italianissimo compromesso denominato “don’t ask don’t tell”, non chiedere non dire: anche perché una soluzione più liberale sarebbe stata capovolta dalla maggioranza repubblicana del Congresso, che avrebbe superato il decreto amministrativo presidenziale con una normativa ancor più repressiva di quella vigente, e di rango superiore. Così nessun omosessuale può essere ammesso nelle forze armate USA ma nessuno può chiedere a un militare se è o non è gay. Proprio su questo però il presidente Clinton ha ammesso che questa strategia non ha funzionato e che i vertici militari mostrano una resistenza tutt’altro che superata. Anche sul fronte del riconoscimento giuridico delle coppie gay il Presidente democratico ha deluso le promesse elettorali e le aspettative della comunità, firmando la legge che consente agli Stati USA di non riconoscere sul proprio territorio l’eventuale coppia gay riconosciuta da uno Stato membro dell’unione. Ciò è avvenuto in seguito alla sentenza di una Corte delle Hawaii, che dichiarava la legalità delle coppie gay, respinta poi da un referendum popolare e da una successiva sentenza sfavorevole della Corte Suprema.
Ciò nonostante, sono parecchie le città dove per una coppia gay è possibile ricevere in affidamento un minore (anche se, spesso, si tratta dei cosiddetti “trash children”, i bambini che nessuno vuole, quelli ammalati di AIDS o severamente handicappati) come per es. New York (vedi il caso di Bret Shapiro e del suo compagno - il giornalista dell’Espresso Giovanni Forti la cui morte per AIDS suscitò forte emozione in Italia - a cui fu dato in adozione un bambino di origine asiatica la cui storia è raccontata dal regista Mariano Lamberti nel film “Storia d’amore in 4 capitoli e mezzo”). Sono molti anche gli Stati che non si sono limitati ad introdurre una legislazione antidiscriminatoria, ma hanno dato vita a normative “positive” che tentano di superare il gap tra la minoranza omosessuale e il resto della popolazione. Proprio su queste normative positive si sono svolti, su pressione della destra clericale e fondamentalista, alcuni referendum abrogativi che hanno dato alterni risultati, come in Colorado, dove la Corte Suprema è intervenuta ad invalidare il referendum che aveva abrogato la legislazione avanzata in materia (proprio contro il Colorado era stata avviata una campagna di boicottaggio delle famose piste sciistiche di Aspen per protestare contro l’esito del referendum abrogativo).

In un quadro normativo assai favorevole nei confronti delle rivendicazioni degli omosessuali, il Canada ha peraltro un elemento in qualche misura contraddittorio in una età minima legale che è più elevata nei casi di rapporti anali, siano essi omosessuali o eterosessuali. Il Canada è un paese federale, soggetto quindi a una varietà di norme. Sono però vigenti a livello federale The Charter of Rights and Freedom e The Human Rights Act, che rappresentano una efficace difesa contro ogni discriminazione motivata dall’orientamento sessuale sia essa commessa dallo Stato o dai singoli cittadini, e a partire dalla quale le associazioni gay hanno condotto e stanno conducendo una sistematica battaglia nei tribunali affinché vengano riconosciuti alle coppie formate da individui dello stesso sesso tutti i diritti e i benefici previsti per le coppie eterosessuali.

Sud America
Il dato che più colpisce del Sud America è il divario enorme fra una legislazione in materia di diritti collegati all’omosessualità che è virtuosamente indirizzata nel senso di un riconoscimento e allargamento dei diritti medesimi e una situazione concreta, data dai rapporti fra le comunità gay e le forze dell’ordine, o fra gli omosessuali e i settori più tradizionalisti della società, spesso drammatica e conflittuale. Non c’è dubbio che il Sud America, ancorché su alcune situazione africane in realtà manchino di informazioni, sia l’area nel mondo dove le violenze nei confronti di omosessuali, travestiti e transessuali sono più numerose. Gli omicidi di gay e travestiti toccano cifre impressionanti, le aggressioni della polizia, le irruzioni illegittime nei luoghi di incontro gay sono quotidiane. E’ vero peraltro che spesso le violenze nei confronti dei gay rientrano in contesti, come per esempio alcune regioni della Colombia o del Brasile, dove condizioni sociali ed economiche specifiche hanno prodotto una situazione di violenza generalizzata.
Si deve tuttavia registrare un dato importante, ossia che l’omosessualità nel continente sudamericano non è più illegale (ad eccezione della Guyana). Nel 1998 anche il Cile ha abrogato la norma che puniva gli atti sessuali omosessuali fra adulti consenzienti, retaggio del regime autoritario instaurato da Pinochet.
A questo però si deve aggiungere lo sforzo costante di molti paesi sudamericani di andare oltre, ossia di affrontare il superamento della più generale discriminazione verso i cittadini omosessuali nei codici. E in questo senso i risultati sono sorprendenti. In Colombia nel corso degli ultimi anni la Corte Costituzionale si è espressa contro ogni forma di discriminazione nei confronti di studenti, docenti e poliziotti omosessuali. In Ecuador nel 1998 si è addirittura introdotta nella Costituzione un articolo contro ogni discriminazione, motivata anche dall’orientamento sessuale. Una norma analoga è contenuta nel progetto di nuova Costituzione venezuelana attualmente in discussione. In Brasile si è andati molto vicino all’approvazione di una legge sul riconoscimento delle unioni anche fra persone dello stesso sesso. In Argentina la cassa previdenziale per gli insegnanti riconosce le coppie fra individui dello stesso sesso e così una cooperativa bancaria dell’Uruguay.
Si deve inoltre sottolineare che questo complesso di importanti conquiste sono spesso il frutto del successo delle pressioni dei movimenti omosessuali da una parte, dell’azione illuminata di settori della magistratura dall’altra, e di un certo understatement di parte di settori della Chiesa cattolica sudamericana dall’altra. E’ il caso per esempio della proposta relativa al riconoscimento delle unioni formate da persone dello stesso sesso in Brasile. La Chiesa cattolica brasiliana dapprima espresse alcune perplessità sul provvedimento ma poi finì per attestarsi su posizioni almeno possibiliste. Fu solo per l’intervento del Papa, almeno secondo i commentatori politici, che la Chiesa cattolica brasiliana fu indotta a mutare il proprio atteggiamento.
In fondo anche la classe politica sudamericana, tranne gli estremisti di turno, si è mantenuta spesso in una posizione d’attesa, limitandosi a non ostacolare l’azione della magistratura o a registrarne le scelte.
Un altro dato significativo è la straordinaria crescita in termini anche di capacità politica dei movimenti gay e lesbici sudamericani. Spesso in un clima ostile, le associazioni ed i gruppi non solo creano le condizioni o i luoghi per incontrarsi, ma sempre più spesso organizzano azioni pubbliche di lotta politica. Accade in particolare in Argentina e Brasile ma anche in Perù e Colombia.
Molto problematico è il rapporto della comunità omosessuale con le forze dell’ordine, che spesso godono di una pericolosa autonomia. Gli arbitrii della polizia ai danni di gay, lesbiche e transgender in quasi tutti i paesi dell’America latina sono all’ordine del giorno. Sono per lo più, quelle sudamericane, forze dell’ordine con un livello di consapevolezza democratica molto basso, a volte sopraffatte da furori giustizialisti nei confronti dei diversi, giudicati responsabili di un clima difficile e socialmente disarmonico. Ma sono anche forze dell’ordine corrotte, che cercano di trarre profitto economico dagli abusi possibili nei confronti di categorie considerate deboli come quella degli omosessuali. Ciò si rende possibile, innanzitutto per una mancanza di controllo da parte delle autorità politiche, e poi per la presenza residua nei codici di reati, come quello dell’”offesa al pubblico pudore” che vengono appunto utilizzati dalla polizia per arrestare e fare pressione sugli omosessuali.

America centrale
Nei paesi dell’area caraibica, come La Giamaica, o le Bahamas, l’omosessualità resta illegale. In Giamaica, in particolare, sono illegali i soli rapporti omosessuali maschili. La situazione di Cuba è in via di miglioramento, ossia, dopo anni di persecuzioni sistematiche, gli omosessuali sono ora per lo più tollerati. Sono nate alcune associazioni che si occupano dei problemi dell’Aids, è consentito a scrittori e registi di rappresentare l’omosessualità e alcuni gruppi gay si sono potuti incontrare con altri gruppi gay stranieri. Significativi passi in avanti che non assicurano però sul futuro. La natura autoritaria del regime castrista espone la comunità omosessuale agli arbitrii delle forze dell’ordine, come dimostrano le irruzioni frequenti della polizia nelle discoteche omosessuali e le loro ripetute chiusure.
Contraddittoria la situazione degli altri paesi centroamericani di lingua spagnola. Rilevanti sono i progressi compiuti dal Messico, che ha abrogato ogni norma che proibiva gli atti omosessuali fra adulti consenzienti. La classe dirigente messicana sembra inoltre disponibile ad ulteriori concessioni alla comunità omosessuale. La situazione del Messico è in fondo molto prossima a quella dei paesi sudamericani: forte miglioramento della condizione legale degli omosessuali, ma contemporaneo perpetuarsi di aggressioni da parte in particolare delle forze dell’ordine.
Emerge invece un vero proprio dato di regresso per alcuni paesi della regione, come Nicaragua, El Salvador, Honduras. Nel Nicaragua soprattutto, dopo l’elezione di Violeta Chamorro, è stata reintrodotta la norma che proibisce gli atti omosessuali fra adulti consenzienti, abrogata a suo tempo dai sandinisti dopo la caduta del dittatore Somoza. Su questa norma si è inoltre espressa favorevolmente due anni fa la Corte Costituzionale nicaraguense. Diversamente dal Sud America, la classe politica cavalca e stimola i pregiudizi antiomosessuali presenti nella società, e conduce una battaglia politica per limitare fortemente i diritti degli omosessuali. Il clima è andato peggiorando con il moltiplicarsi dei casi di Aids. I gruppi omosessuali, che pure avevano una loro visibilità sono stai costretti al silenzio, ed ora l’obiettivo politico principale è diventato solo quello di difendere la liceità della condotta omosessuale fra adulti consenzienti.


Oceania
C’è un vero e proprio abisso fra la legislazione australiana e neozelandese da una parte e la legislazione delle isole oceaniche, siano esse polinesiane, melanesiane o micronesiane dall’altra.
L’Australia è uno Stato federale, e ogni Stato membro gode di ampia autonomia anche in ambito legislativo. La situazione è perciò fortemente differenziata. In alcuni Stati come il Nuovo Galles del Sud già nel lontano 1977 veniva introdotta una norma contro le discriminazioni nei confronti degli omosessuali, mentre in Tasmania soltanto da due anni è stata cancellata la norma che proibiva rapporti omosessuali fra adulti consenzienti. Nel Queensland si è sancito il diritto delle lesbiche all’accesso all’inseminazione artificiale mentre nell’Australia Occidentale, che pure ha abrogato il divieto di rapporti sessuali fra individui dello stesso sesso, si è conservato un “preambolo” nella Costituzione nel quale si afferma che lo Stato guarda con sfavore ai rapporti omosessuali.
Nessuno degli Stati australiani riconosce le coppie dello stesso, sebbene siano stati condotti vari tentativi in questa direzione.
Nelle cause per l’affidamento i genitori naturali omosessuali non sono più oggetto di discriminazione. L’accesso delle lesbiche all’inseminazione artificiale è vietato, tranne che nel Queensland.
Analoga è la situazione della Nuova Zelanda dove la proposta per il riconoscimento delle coppie omosessuali si trova in discussione in Parlamento con buone possibilità di approvazione. Norma che aprirebbe alle coppie dello stesso sesso i diritti e i benefici previdenziali e sanitari previsti per le coppie eterosessuali. La Nuova Zelanda riconosce già le coppie di fatto omosessuali in materia di immigrazione.
Opposto invece lo status legale dell’omosessualità nelle isole del Pacifico, dove gli atti omosessuali maschili sono rigorosamente proibiti. Sorprende lo stravagante caso delle Isole Figi dove è stata di recente introdotta una norma nella Costituzione che vieta ogni discriminazione motivata anche dall’orientamento sessuale, salvo conservare il divieto per i rapporti omosessuali maschili.









Stati nei quali la condotta omosessuale è illegale

Proibiti sia i rapporti omosessuali maschili che femminili
Africa Algeria
Angola
Benin
Burundi (punibile come “atto immorale”)
Camerun
Capo Verde
Gibuti
Etiopia
Guinea
Liberia
Libia
Malawi
Mauritania
Mauritius (sodomia)
Marocco
Senegal
Sudan
Swaziland
Togo
Tunisia


Asia e Oceania Afghanistan
Bangladesh
Brunei
Pakistan
isole Solomon
Samoa


Europa

Medio Oriente Bahrein
Iran
Libano
Oman
Qatar
Arabia Saudita
Siria
Emirati Arabi
Yemen

Le Americhe
Barbados
Grenada
Nicaragua
Porto Rico
Santa Lucia
Trinidad and Tobago



Stati nei quali gli atti omosessuali illegali sono solo quelli fra uomini

Africa
Botswana
Kenya
Mozambico
Namibia
Nigeria
Seychelles
Sierra Leone
Somalia
Tanzania
Uganda
Zambia
Zimbabwe

Asia e Oceania Bhutan
Birmania
Isole Cook
Figi
India
Kiribati
Laos
Malesia
Maldive
Isole Marshall
Nauru
Nepal
Niue
Papua New Guinea
Singapore
Sri Lanka
Tadjikistan
Tokelau
Tonga
Tuvalu
Uzbekistan


Europa Armenia
Azerbaijan
Macedonia
Georgia
Romania
Bosnia
San Marino
Medio Oriente Kuwait

Le Americhe
Cayman Islands
Guiana
Giamaica
Turks and Caicos Islands

Stati con una comune età minima legale per rapporti omosessuali e eterosessuali
Africa Repubblica centroafricana
Ciad
Congo
Egitto
Gabon

Asia/ Oceania Australia: Territorio della capitale
Australia: Australia del sud
Australia: Tasmania
Australia: Victoria
Cambogia
Nuova Zelanda
Filippine
Corea del sud
Taiwan
Tailandia
Vietnam


Europa Bielorussia
Belgio
Repubblica Ceca
Danimarca
Finlandia
Francia
Germania
Grecia
Islanda
Italia
Lettonia
Lussemburgo
Malta
Monaco
Montenegro
Olanda
Norvegia
Polonia
Russia
San Marino
Slovacchia
Slovenia
Spagna
Svezia
Svizzera
Turchia
Ucraina

Medio Oriente Israele

Le Americhe Argentina
Brasile
Colombia
Costa Rica
Repubblica Domenicana
Antille olandesi
Paraguay


Stati con un’età minima legale discriminatoria
Paese età per
Lesbiche Uomini gay Eterosessuali
Africa Burkina Faso 21 21 13
Sud Africa 19 19 16
Asia/ Oceania Australia territorio della capitale 16 18 16
Australia: territorio del nord 16 18 16
Australia: Queensland 16 16/18* 16
Australia: Australia occidentale 16 21 16
Hong Kong 16 21 16

Europa Albania 14 18 14
Austria 14 18 14
Bulgaria 18 18 14
Croazia 18 18 14
Cipro 16 18 16
Estonia 14 16 14
Isole Faroe 18 18 15
Ungheria 18 18 14
Irlanda 15 17 17/15
Liechtenstein 14 18 14
Lituania 14, o 16 18 (per il sesso anale e orale); 16 14, o 16
Moldavia 16 18 per il sesso anale; 16 16, tranne che per il sesso anale 18
Portogallo 16 16 14
Romania 18 18 14 per le donne, nessuna età prevista per i maschi
Yugoslavia (Serbia, Kosovo, Voivodina) 14 18 14
Regno Unito 16 (17 nell’Irlanda del nord) 18 16 (17 nell’Irlanda del Nord

Medio Oriente

Le Americhe Bahamas 18 18 16
Bermuda 16 18 16
Canada 14 18 per i rapporti anali, 14 14 (ma t 18 per i rapporti anali)
Cile 18 18 ??
Suriname 18 18 16


Libertà di associazione e di espressione

Paesi dove la legge o la prassi nega la libertà d’associazione
Africa
Egitto
Zambia

Asia/ Oceania Australia: Australia Occidentale
Singapore

Europa
Bielorussia
Cipro
Ungheria
Liechtenstein
Romania – associarsi è illegale
Russia – c’è un caso di un’organizzazione gay alla quale è stata negata la registrazione.
Turchia: proibito il festival gay e lesbico del 1993; e il festival cinematografico del 1995
Ucraina:
Regno Unito: L’articolo 28 del Local Government Act 1988 proibisce la promozione dell’omosessualità da parte degli enti locali.

Medio oriente

Le Americhe Cuba
Honduras


Paesi dove la legge o la prassi negano la libertà di espressione
Africa

Asia/ Oceania Australia: Victoria
Australia: Australia Occidentale
Cina
India
Malesia
Singapore
Tailandia (film)

Europa Bielorussia
Bulgaria
Cipro
Liechtenstein
Romania - "propaganda" illegale
Russia: un caso di un giornalista perseguito nel 1994;
Turchia

Medio oriente Giordania

Le Americhe Nicaragua


Riconoscimento delle Partnership fra persone dello stesso sesso


Africa

Asia/ Oceania

Europa Danimarca:

Ungheria:
Islanda
Olanda.
Norvegia
Spagna Catalogna
Svezia

Medio Oriente

Le Americhe Canada